"We don't see things as they are, we see them as we are" Anais Nin

Theo Angelopoulos: «I manganelli non servono nel paese c’è vero disagio»

Theo Angelopoulos: «I manganelli non servono nel paese c’è vero disagio»

di Malcom Pagani

ARTICLE ORIGINAL PUBLISHED in © 2008 L’Unità.it Nuova Iniziativa Editoriale Spa p.iva 13199630156

Il tema nascosto di tutto il suo cinema, l’enfasi di un potere inadeguato a relazionarsi col circostante, deflagra in immagini disperanti. Oltre i fumi delle barricate, i 73 anni di Theo Angelopoulos appaiono una convenzione. La voce toccata, l’attenzione desta. «Sono molto preoccupato, triste, spaventato, deluso. Passano i decenni, non impariamo nulla». A Monaco di Baviera per lavoro, il maestro greco già palma d’oro a Cannes nel ‘98, segue senza sospensioni il passo degli eventi.«La responsabilità di ciò che sta accadendo è interamente del governo greco e del Premier Karamanlis. Impressiona l’universalità della risposta, sempre la stessa, dai tempi dei colonnelli. Davanti a un disagio reale, ecco entrare in scena manganelli e lacrimogeni. Una grande nazione, quando possiede anticorpi che derivano dalla sua stessa storia, utilizza altri sistemi».La protesta sta travalicando i confini.
«Non poteva essere altrimenti. A Berlino hanno occupato il consolato, osservo in tv fotogrammi spaventosi. La faccia di quel ragazzino a terra, Grigoropulos, i suoi quindici anni buttati via, i sogni sul selciato, la violenza che non sa ascoltare altra ragione che la propria. Elementi che getterebbero nella preoccupazione chiunque, non soltanto chi ha lottato per la democrazia».

Gli scontri sono ripresi anche a Salonicco, set di tanti suoi film.
«Mi hanno chiamato anche da lì, la rivolta non finirà in poche ore, questo è certo. Ma l’aggressività giovanile va letta in controluce. È la spia di una collera che trova radici nella situazione economica della Grecia, nella sua classe politica squalificata, nella cristallizzazione dell’esistente. Per recedere da quest’immobilità, invece degli idranti, bisognerebbe mettere in campo una proposta, una concreta volontà di cambiamento, un segnale di discontinuità».

Come spesso accade, i primi fuochi si sono accesi tra i banchi di scuola.
«L’università e l’educazione sono le radici su cui edificare il sentire comune. Pensare di derubricarli a questioni secondarie, denuncia la miopia e l’arroganza di chi è abituato a trattare ambiti così importanti con consumato disprezzo».

C’è, in queste ore difficili, un dato che la inquieta più di altri?
«L’incapacità di capire la gioventù. Dovrebbe essere la discussione prìncipe su cui pianificare il futuro, la problematica che soppianta la vacuità del quotidiano e l’inseguirsi scontato di notizie inutili. Invece nulla, solo parole vuote e imbarazzato silenzio. Una sconfitta totale, l’ennesima cui assisto nella mia vita»

2 responses

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